"Non sono capace di capirli? Noi, genitori, insegnanti, psicologi e tutti gli altri, non siamo capaci di ascoltarli, questi benedetti ragazzi? ma che succede a questi ragazzi: hanno tutto. L'avessi avuto iooooo ....ecc. ecc." Ah, quante volte si sentono queste frasi!Ci ho pensato, arrivando alla conclusione che manca il GIUSTO VALORE.
Negli ultimi anni,in coincidenza con un neoliberismo di tipo culturale, abbiamo costruito un mondo per i nostri figli dove il valore sta in quello che fai. Non è un dettaglio da poco, e non è vero che è sempre stato così. Le famiglie, la scuola,le competizioni sportive, sono costruite attraverso l'idea di valore. E non l'idea di valore per la totalità di quello che sei, ma applicato soltanto a quello che dovresti saper fare.
Già alle elementari scatta un meccanismo di tipo competitivo. Si gioca a calcio per essere convocati alla partita della domenica, non per il piacere di giocare,si va a scuola per essere i più bravi, non per il piacere di imparare e di stare assieme.
Insomma passa il messaggio che - se non sai reggere alla richiesta di prestazioni, non sei nulla-. ll fallimento, l'incapacità di rispondere in modo efficace a queste prestazioni, porta a un vero e proprio fallimento identitario.
Secondo me, si crea una specie di vuoto educativo e formativo. Le famiglie tendono da un lato a richiedere risultati e prestazioni ai propri figli ma dall'altro li giustificano di continuo e a proteggerli nel caso in cui questi risultati non vengano. Per cui si crea un paradosso abbastanza strano,dove i ragazzi più giovani vivono spesso una situazione di frustrazione all'esterno e di protezione all'interno della famiglia. Senza una via di mezzo, senza un equilibrio che li possa far maturare.
E quindi bisognerebbe scindere l'dentità di valore: quello che conta è quello che si è, piuttosto che quello che si fa o si ha.
postato da: SPETTINATA alle ore febbraio 28, 2007 08:54 | Permalink | commenti
categoria:sassi parlanti
categoria:sassi parlanti



Da appendere dove vi pare!
Masud Khan scriveva "la vita è come un campo lasciato a maggese". Che cos'è il maggese? E'una tecnica agronomica ormai non più in uso, che prevede di lasciare il campo incolto per un anno,in balìa degli elementi,perchè il terreno si rigeneri. Come per paradosso, il terreno, abbandonato a sè stesso, non seminato, insomma trattatocomeuna cosa morta, accumula acqua, rigenera la flora batterica e tornapiù produttivo. Khan sostiene che la nostra vita di tanto in tanto deve poter incontrare questa dimensione, di "maggese", che lui definisce per ossimoro "di ozio creativo". A metà saggio, Khan però fa una puntualizzazione importante. Dichiara la suaorigine indiana e dice che non si sente affatto in sintonia con tutte quelle pratiche che mirano alla purificazione interiore. Nongli interessano perchè sono pratiche nichilistiche.La pratica del maggese ha bisogno di una comunità di riferimento che non abbandoni la persona quando è a riposo, e le sappia riprendere quando torna dal maggese. Un pò come i contadini facendo ruotare i terreni. In pratica: come in un rito di passaggio.
C'è un tempo in cui le cose accadono e c'è un tempo in cui, nel ricordo ma non soltanto in esso, le cose accadute diventano lo specchio di quel che siamo.
Di notte in notte, e a tutte le latitudini, gente di ogni età assembla alla svelta allusioni di case, si sdraia sui cartoni, forza edifici abbandonati, cerca riparo sotto qualche lamiera, sceglie un albero per tetto, un marciapiede come giaciglio.
I see trees of green, red roses too
.... Nascosi quelle parole
Il male passa
Ma Dio (quello della Bibbia) davvero parlava agli uomini quasi tutti i giorni? E non solo lui, ma anche Apollo, Osiride, Brahma, Tao, Zeus,Odino e il Dio Sole? Quasi.
Provate a pensare a come vi immaginate lo scorrere del tempo. Come vi figurate una settimana? Come visualizzate i vostri ultimi dieci anni di vita?
Al "non possumus" la risposta è stata "dico".
Al mio amico Francesco Valdambrini, che se n'è andato solo.
Il fuoco del passato è quasi spento.