giovedì, 20 settembre 2007
Guardai indietro, dicono, per curiosità,
ma potevo avere, curiosità a parte, altri motivi.

Guardai indietro rimpiangendo la mia coppa d'argento.
Per distrazione -mentre allacciavo il sandalo.
Per  non dover più guardare la nuca proba di mio marito, Lot.
Per l'improvvisa certezza che se fossi morta non si sarebbe neppure fermato.
Per la disubbidienza degli umili.
Per tendere l'orecchio agli inseguitori.
Colpita dal silenzio, sperando che Dio ci avesse ripensato.
Le nostre due figlie stavano già sparendo oltre la cima del colle.

Sentii in me la vecchiaia. Il distacco.
La futilità del vagare. Il torpore.
Guardai indietro posando per terra il mio fagotto.
Guardai indietro non sapendo dove mettere il piede.
Sul mio sentiero erano apparsi serpenti,
ragni, topi di campo e piccoli avvoltoi.
Non più buoni nè cattivi - ogni cosa vivente
semplicemente strisciava e saltava in un panico collettivo.
Guardai indietro per solitudine.
Per la vergogna di fuggire di nascosto.
Per la voglia di gridare, di tornare.
O forse fu solo un colpo di vento
che mi sciolse i capelli e alzò la veste
.
Mi parve che dai muri di Sodoma lo vedessero
e scoppiassero in risa fragorose più e più volte.
Guardai indietro per l'ira.
Per saziarmi della loro grande rovina.
Guardai indietro per tutti questi motivi.
Guardai indietro non per mia volontà.
Fu solo una roccia a girarsi, ringhiando sotto di me.
Fu un crepaccio a tagliarmi d'improvviso la strada.
Sul suo bordo trotterellava un criceto ritto su due zampette.
E fu allora che entrambi ci voltammo a guardare.
No, no. Io continuavo a correre,
mi trascinavo e sollevavo,
finchè il buio non piombò dal cielo,
e con esso ghiaia rovente e uccelli morti.
Mancandomi l' aria, mi rigiari più volte.
Chi mi avesse visto poteva pensare che danzassi.
Non escluso che i miei occhi fossero aperti.
E' possibile che io sia caduta con il viso rivolto alla città.
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 20, 2007 20:36 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 20 settembre 2007
Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio
.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se luccicano appena alla mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco con un minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonatemi, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia, immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finchè vivo niente mi giustifica,
perchè io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

(W. S.)


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mercoledì, 19 settembre 2007
Qualche zolla di terra e la vita sarà dimenticata.
La musica si libererà dalle circostanze.
Si calmerà la tosse del maestro sui minuetti.
E saranno tolti i cataplasmi.
Il fuoco divorerà la parrucca piena di polvere e pulci.

Spariranno le macchi d'inchiostro dal polsino di merletto.
Finiranno tra i rifiuti le scarpe, scomode testimoni.
Il violino verrà preso dall'allievo meno dotato.
Saranno tolti dagli spartiti i conti del macellaio.
Le lettere della povera madre finiranno in pancia ai topi.

L'amore sfortunato svanirà nel nulla.
Gli occhi smetteranno di lacrimare.
Il nastro rosa servirà alla figlia dei vicini.
I tempi, grazie a Dio, non sono ancora romantici.
Tutto ciò che non è quartetto
come quinto sarà scartato.
Tutto ciò che non è quintetto
come sesto sarà soffiato via.
Tutto ciò che non è un coro di quaranta angeli
tacerà come il guaito d'un cane e il singulto d'un gendarme.

Verrà tolto dalla finestra il vaso con l'aloe,
il piatto con il moschicida e il vasetto di pomata,
e apparirà - ma sì - la vista sul giardino,
il giardino che lì non c'era mai stato.
E ora ascoltate, ascoltate, o mortali,
stupefatti tendere attenti l'orecchio,
o assorti, o stupiti, o rapiti mortali,
ascoltate - ascoltatori - mutati in udito.

(W. S.)
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 19, 2007 07:12 | Permalink | commenti
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martedì, 18 settembre 2007

In sogno
dipingo come Vermeer van Delft.
Parlo correttamente il greco
e non solo con i vivi.
Guido l'automobile
che mi ubbidisce.
Ho talento,
scrivo grandi poemi
Odo voci
non peggio di autorevoli santi.
Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo l pianoforte.
Volo come si deve,
ossia con le mie forze.
Cadendo da un tetto
so cadere dolcemente sul verde.
Non ho difficoltà
a respirare sott'acqua.
Non mi lamento:
sono riuscita a trovare l'Atlantide.
Mi rallegro di sapermi sempre svegliare
prima di morire.
Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.
Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.
Qualche anno fa
ho visto due soli.
E l'altro ieri un pinguino.
Con la massima chiarezza.
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 18, 2007 21:56 | Permalink | commenti
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martedì, 18 settembre 2007
Il mio non arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 18, 2007 20:42 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 17 settembre 2007

In tensione da mascella a tallone.
Su di lui brilla olio a profusione.
Campione viene acclamato solo chi
come una treccia è attorcigliato.

Ingaggia una zuffa con un orso nero,
minaccioso (ma comunque non vero).
Di tre grossi giaguari invisibili
si disfa con tre colpi, terribili.

Divaricato e accosciato è divino.
La sua pancia ha facce a dozzine.
Lo applaudono, lui fa un inchino
e ciò grazie alle giuste vitamine.




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lunedì, 17 settembre 2007
A Parigi, in un giorno mattutino fino al crepuscolo,
a Parigi come -
a Parigi che -
(o santa ingenuità della descrizione, aiutami!)
nel giardino accanto alla cattedrale di pietra
(non costruita, oh no, ma suonata su un liuto)
un clochard, un monaco laico, un rinunciante, si è addormentato in una posa da sarcofago.

Se ha mai avuto qualcosa, l'ha perduta,
e, perdutala, non desidera riaverla.

Gli spetta ancora la sua paga per la conquista della Gallia -
si è rassegnato, non ci tiene più.
Non è stato pagato nel quindicesimo secolo
per aver posato da ladrone alla sinistra di Cristo -
l'ha dimenticato, ha ormai smesso di attendere.

Guadagna il suo vino rosso
tosando i cani della zona.
Dorme con l'aria d'un inventore di sogni,
e la sua barba sciama verso il sole.

Le grigie chimere (volatti, nanocchi,
babbuoni efalenidi, ranarri, repenti,
cefalopodi, multiformità, gotico allegro e vivace)
si depietrificano

e lo guardano con una curiosità
che non hanno per nessuno di noi,
o assennato Pietro,
operoso Michele,
intraprendente Eva,
Barbara, Clara.


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lunedì, 17 settembre 2007
Ci sono piatti, ma non appetito.
Fedi, ma non scambievole amore
da almeno trecento anni.

C'è il ventaglio - e i rossori?
C'è la spada - dov'è l'ira?
E il liuto, non un suono all'imbrunire.

In mancanza di eternità hanno ammassato
diecimila cose vecchie.
Un custode ammuffito dorme beato
con i baffi chini sulla vetrina.

Metalli, creta, una piuma d'uccello
trionfano in silenzio nel tempo.
Ride solo la spilla d'una egiziana ridarella.

La corona è durata più della testa.
La mano ha perso contro il guanto.
La scarpa destra ha sconfitto il piede.


Quanto a me, credete, sono viva.
La gara col vestito non si arresta.
E lui quanta tenacia mi dimostra!
Vorrebbe viver di più della mia vita!.

(W. S.)
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 17, 2007 11:59 | Permalink | commenti
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sabato, 15 settembre 2007
Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini ad un altro.

La gioia di non essere io il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,

e questo l'amore non può darlo,
nè riesce a toglierlo.


Non li aspetto
dalla porta alla finestra
Paziente quasi come una meridiana,
capisco ciò che l'amore non capisce,
perdono ciò che l'amore non perdonerebbe mai.


Da un incontro a una lettera
passa non un'eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi in ogni atlante.

E' merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perchè mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.


"Non devo loro nulla" -
direbbe l'amore su questa questione aperta.


postato da: SPETTINATA alle ore settembre 15, 2007 18:53 | Permalink | commenti
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sabato, 15 settembre 2007
Il nulla si è rivoltato anche per me,
davvero si è rovesciato dall'altro lato.
Dove mai sono finita -
dalla testa ai piedi tra i pianeti,
neppure ricordando com'era il non esserci.

O mio qui incontrato, o mio qui amato,
posso solo intuire, la mano sulla tua spalla,
quanto vuoto ci spetta da quell'altra parte,
quanto silenzio là per un grillo
e dopo il buio il sole come risarcimento
in una goccia di rugiada - per quali siccità là!
qui,

Lo stellare a casaccio! Il di qui alla rovescia!
Disteso su curvature, pesi, ruvidità e moti!
Intervallo nell'infinito per il cielo sconfinato!
Sollievo dopo il non-spazio in forma d'una betulla!

Ora o mai il vento scuote una nuvola,
perchè il vento è proprio ciò che là non soffia.

E lo scarabeo s'avvia per il sentiero in abito scuro di testimone
dell'evento d'una lunga attesa per una vita breve.

E a me è capitato di esserti accanto.
E davvero non vedo in questo nulla di ordinario.


postato da: SPETTINATA alle ore settembre 15, 2007 18:36 | Permalink | commenti
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sabato, 15 settembre 2007
Un amore felice. E' normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l'uno verso l'altro senza alcun merito,
i primi venuti fra un milione, ma convinti
che doveva andare così - in premio di che? di nulla;
la luce giunge da nessun luogo -
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po',
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono - è un insulto.
In che lingua parlano - comprensibile all'apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s'inventano -
sembra un complotto alle spalle dell'umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile:
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d'uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l'amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

(W. S.)
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 15, 2007 18:30 | Permalink | commenti
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sabato, 15 settembre 2007
La ragazzina che ero -
la conosco, ovviamente.

Ho qualche fotografia
della sua breve vita.
Provo un'allegra pietà
per un paio di poesiole.
Ricordo alcuni fatti.


Ma,
perchè chi è qui con me
rida e mi abbracci
rammento solo una storiella:
l'amore infantile
di quella bruttina.


Racconto
com'era innamorata di uno studente,
cioè voleva che
lui la guardasse.

Racconto
come gli corse incontro
con una benda sulla testa sana
perchè almeno, ah, le chiedesse
cos'era successo.

Buffa piccina.
Come poteva sapere
che anche la disperazione dà benefici
se si ha la fortuna
di vivere più a lungo.

Le pagherei un dolcetto.
Le pagherei il cinema.
Vattene, non ho tempo.

Eppure vedi
che la luce è spenta.
Certo capisci
che la porta è chiusa.
Non scuotere la maniglia -
quello che ha riso,
quello che mi ha abbracciato,
non è il tuo studente.

Faresti meglio a tornare
da dove sei venuta.
Non ti devo nulla,
donna qualunque,
che sa solo quando tradire un segreto altrui.

Non guardarci così
con quei tuoi occhi
troppo aperti,
come gli occhi dei morti.
(W. S.)
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 15, 2007 15:45 | Permalink | commenti
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sabato, 15 settembre 2007
Un tempo dovevano essere diversi,
fuoco e acqua, differire con violenza,
depredarsi e donarsi
nel desiderio, nell'assalto alla dissomiglianza.
Abbracciati, si sono appropriati ed espropriati
così a lungo,
che tra le braccia è rimasta l'aria
diafana dopo l'addio delle folgori.

Un giorno la risposta anticipò la domanda.
Una notte intuirono l'espressione dei propri occhi
dal genere di silenzio, nel buio.

Il sesso stinge, i segreti si consumano,
le differenze si incontrano nella somiglianza
come tutti i colori nel bianco.

Chi di loro è duplicato e chi non c'è?
Ch è che sorride con due sorrisi?
La voce di chi risuona per due voci?
All'asserire di chi annuiscono col capo?
Col gesto di chi portano il cucchiaio alla bocca?

Chi ha tolto la pelle a chi?
Chi è vivo e chi è morto qui,
impigliato nelle linee - di quale mano?

Pian piano dal fissarsi nascono gemelli.
La familiarità è una madre eccellente -
tra i suoi de pargoli non fa differenze,
a fatica ricorda chi è chi fra quelli.

Nel giorno delle nozze d'oro, giorno solenne,
videro alla finestra uno stesso colombo.

(W.S.)
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 15, 2007 15:25 | Permalink | commenti
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venerdì, 14 settembre 2007
Rimasero talmente soli,
così, senza parole,
di miracolo degni per tanto disamore -
d'un fulmine dal cielo, d'esser mutati in pietra.
Tirature a milioni di mitologia greca,
però non c'è salvezza nè per lui nè per lei.

Se ci fosse almeno qualcuno sulla porta,
qualcosa un solo attimo, apparisse, sparisse
spassoso, triste, da ogni e nessun dove,
fonte di riso o timore.

Ma non accadrà nulla. Nessuna inattesa
inverosimiglianza. Come in un dramma borghese,
questo sarà un lasciarsi tutto regolare,
senza neanche un apriti cielo a solennizzare.
Sullo sfondo fermo del muro,
penosi reciprocamente,
stanno di fronte allo specchio, in cui
c'è il riflesso sensato, e poi niente.

Solo il riflesso di due persone.
La materia sta bene attenta.
Per quanto lunga e larga, e alta,
in terra, in cielo e ai lati
vigila destini innati
- quasi per una cerbiatta improvvisa nella stanza
dovesse crollare l'Universo.

(W. S.)




postato da: SPETTINATA alle ore settembre 14, 2007 21:40 | Permalink | commenti
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venerdì, 14 settembre 2007
Si amarono tra i noccioli
sotto soli di rugiada,
raccolsero nei capelli
foglie e terra bagnata.

Cuore di rondine
abbi pietà di loro.

In ginocchio sulla riva
pettinarono le foglie,
e i pesci si accostavano
rilucenti nelle scaglie.

Cuore di rondine,
abbi pietà di loro.

Il riflesso degli alberi -
fumo sull'onda minuta.
Rondine, fà che da essi mai
sia dimenticata.

Rondine, spina di nube,
àncora dell'aria,
Icaro perfezionato
frac asceso al cielo,

rondine, calligrafia,
lancetta senza minuti,
primo gotico alato,
strabismo dell'alto dei cieli

rondine, silenzio acuto,
lutto festante,
aureola degli amanti,
abbi pietà di loro.

(W. S.)


postato da: SPETTINATA alle ore settembre 14, 2007 21:13 | Permalink | commenti
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venerdì, 14 settembre 2007
Eccoci qui distesi, amanti nudi,
belli per noi - ed è quanto basta -

solo con foglie di palpebre vestiti,
siamo immersi nella notte vasta.

Ma già sanno di noi, già sanno
queste quattro mura, la stufa spenta,
ombre sagaci sulle sedie stanno
e il tacere del tavolo è eloquente.

E sanno i bicchieri perchè sul fondo
il tè non bevuto si raffredda.
Swift ormai non può certo fare conto
che questa notte ci sia chi lo legga.

E gli uccelli? Non illuderti per niente:
ieri li ho visti scrivere volando
con ardire e apertamente
quel nome con cui ti sto chiamando.

E gli alberi? Qual'è il significato
del loro incessante bisbigliare?
Dici: solo il vento forse è informato.
Ma di noi come ha potuto sapere?

Dalla finestra è entrata una falena,
e con le sue piccole ali pelose
atterra e decolla di gran lena,
fruscia sul nostra capo senza posa.

Forse quell'insetto, più di noi dotato
d'una vista acuta, vede meglio?
Io non ho intuito, nè tu indovinato
che i nostri cuori splendono nel buio.

(W. S.)



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giovedì, 13 settembre 2007
 Grazie a ritabonomo che mi ha segnalato questa poesia  da vedere e da ascoltare :  "qualche parola sull'anima" di Wislawa Szimborska.


QUALCHE PAROLA SULL'ANIMA

L’anima la si ha ogni tanto,
nessuno la ha di continuo, per sempre.
Giorno dopo giorno,
anno dopo anno,
possono passare senza di lei.
A volte nidifica un po’ piu’ a lungo,
sole in estasi e paura dell’infanzia,
a volte solo nello stupore dell’essere vecchi.
Di rado ci da una mano in occupazioni faticose,
come spostare mobili, portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette,
quando si compilano moduli,
si trita la carne,
di regola ha il suo giorno libero.
Su mille nostre conversazioni
partecipa ad una,
ed anche a questo non necessariamente,
poiche’ preferisce il silenzio,
quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno, alla chetichella,
e’ schifettosa,
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari, la disgusta,
gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi,
e’ presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.,
Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto,
tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi, che lavorano con zelo
anche quando nessuno guarda.
Non dice da dove viene
e quando sparira’ di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.
Si direbbe che
cosi’ come lei a noi,
anche noi siamo necessari a lei,

per qualcosa.
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 13, 2007 20:25 | Permalink | commenti
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domenica, 09 settembre 2007
Non c'è dissoluzione peggiore del pensare.
Questa licenza si moltiplica come gramigna
su un'aiuola per le margheritine.

Nulla è sacro per quelli che pensano.
Chiamare audacemente le cose per nome,
analisi spinte, sintesi impudiche,
caccia selvaggia e sregolata al fatto nudo,
palpeggiamento lascivo di temi scabrosi,
fregola di opinioni - ecco quel che gli piace.

In pieno giorno o a notte fonda
si uniscono in coppie, triangoli e cerchi.
Poco importa il sesso e l'età dei partner.
I loro occhi brillano, gli ardono le guance.
L'amico travia l'amico.
Figlie snaturate corrompono il padre.
Il fratello fa il ruffiano per la sorella minore.

Preferiscono i frutti
dell'albero vietato della conoscenza
alle natiche rosee dei rotocalchi,
a tutta questa pornografia in definitiva ingenua.
I libri che li divertono non sono illustrati.
Il loro unico svago - particolari frasi
segnate con l'unghia o a matita.

E' spaventoso in quali posizioni,
con quale sfrenata semplicità
l'intelletto riesca a fecondare l'intelletto!
Posizioni sconosciute perfino al Kamasutra.

Durante questi convegni solo il tè va in calore.
La gente siede sulle sedie, muove le labbra.
Ognuno accavalla le gambe per conto proprio.
Un piede tocca così il pavimento,
l'altro ciondola liberamente nell'aria.
Solo ogni tanto qualcuno si alza,
si avvicina alla finestra
e attraverso una fessura delle tende
scruta furtivo in strada.

(W. S.)




postato da: SPETTINATA alle ore settembre 09, 2007 17:51 | Permalink | commenti (2)
categoria:wislawa szimborska
sabato, 08 settembre 2007
DOVEVA ESSERE MIGLIORE DEGLI ALTRI IL NOSTRO XX SECOLO.
NON FARA' PIU' IN TEMPO A DIMOSTRARLO,
HA GLI ANNI CONTATI,
IL PASSO MALFERMO,
IL FIATO CORTO.


SONO ORMAI SUCCESSE TROPPE COSE
CHE NON DOVEVANO SUCCEDERE,
E QUEL CHE DOVEVA ARRIVARE,
NON E' ARRIVATO.

CI SI DOVEVA AVVIARE VERSO LA PRIMAVERA
E LA FELICITA', FRA L'ALTRO.

LA PAURA DOVEVA ABBANDONARE I MONTI E LE VALLI,
LA VERITA' DOVEVA RAGGIUNGERE LA META
PRIMA DELLA MENZOGNA.

CERTE SCIAGURE
NON DOVEVANO PIU' ACCADERE,
AD ESEMPIO LA GUERRA
E LA FAME, E COSI' VIA.

DOVEVA ESSERE RISPETTATA
L' INERMITA' DEGLI INERMI,
LA FIDUCIA E VIA DICENDO.

CHI VOLEVA GIOIRE DEL MONDO
SI TROVA DI FRONTE AD UN COMPITO
IRREALIZZABILE.

LA STUPIDITA' NON E' RIDICOLA.
LA SAGGEZZA NON E' ALLEGRA.


LA SPERANZA
NON E' PIU' QUELLA GIOVANE RAGAZZA

ET CETERA, PURTROPPO.

DIO DOVEVA FINALMENTE CREDERE ALL'UOMO
BUONO E FORTE,
MA IL BUONO E IL FORTE
RESTANO DUE ESSERI DISTINTI.

COME VIVERE? - MI HA SCRITTO QUALCUNO,
A CUI IO INTENDEVO FARE
LA STESSA DOMANDA.

DA CAPO E ALLO STESSO MODO DI SEMPRE,
COME SI E' VISTO SOPRA,

NON CI SONO DOMANDE PIU' PRESSANTI
DELLE DOMANDE INGENUE.

(W. S.)

postato da: SPETTINATA alle ore settembre 08, 2007 19:41 | Permalink | commenti (1)
categoria:wislawa szimborska
sabato, 08 settembre 2007
Non arrivavano in molti fino a trent'anni
La vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre.
L'infanzia durava quanto quella dei cuccioli di lupo.
Bisognava sbrigarsi, fare in tempo a vivere
prima che tramontasse il sole,
prima che cadesse la neve.


Le genitrici tredicenni,
i cercatori quattrenni di nidi fra i giunchi,
i capicaccia ventenni -
Un attimo prima non c'erano, già non ci sono più.
I capi dell'infinito si univano in fretta.
Le fattucchiere biascicavano esorcismi
con ancora tutti i denti della giovinezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
Il nipote nasceva sotto l'occhiaia del nonno.

E del resto non si contavano gli anni.
Contavano reti, pentole, capanni, asce.
Il tempo, così prodigo con una qualsiasi stella del cielo,
Tendeva loro la mano quasi vuota,
e la ritraeva in fretta, come dispiaciuto.

Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scintillante,
che nell'oscurità nasce e nell'oscurità scompare.

Non c'era un attimo da perdere,
domande da rinviare e illuminazioni tardive,
se non le si erano avute per tempo.
La saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi.
Doveva vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.


Il bene e il male -
ne sapevano poco, ma tutto
:
quando il male trionfa, il bene si cela;
quando il bene si mostra, il male attende nascosto.
Nessuno dei due si può vincere
o allontanare a una distanza definitiva
.
Ecco il perchè d'una gioia sempre tinta di terrore.
d'una disperazione mai disgiunta da tacita speranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sempre breve.
Troppo breve per aggiungere qualcosa.

(W. S.)
postato da: SPETTINATA alle ore settembre 08, 2007 17:51 | Permalink | commenti
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